Dal latino monstrum, derivato da monere, ammonire. Per i romani, prima di essere una creatura, un "mostro" era un presagio di sventura mandato dagli dei.
Ed è proprio questo che continua a essere ancora oggi, non un'invenzione ma un pezzo di noi: un istinto, un desiderio che la vita di tutti i giorni non sa dove collocare. Ecco perché i mostri non invecchiano, cambiano fattezze, ma la paura di cui si fanno portavoce è ancestrale. Ed è una paura che il corpo prende sul serio anche quando la mente sa benissimo che è finzione. È nel cinema horror che ci lasciamo andare, e lasciamo che quel falso attivi qualcosa di vero.
Otto maschere per otto paure che avevano bisogno di un corpo: seduzione proibita, bomba atomica, il sonno che nasconde gli incubi, il desiderio che è piacere e dolore al tempo stesso.
Dracula, il mostro come seduzione
Prima ancora di Bela Lugosi, che nel 1931 gli regala mantello e accento, c'è il Nosferatu di Murnau del 1922. Un adattamento non autorizzato del romanzo di Stoker, tanto che la vedova dello scrittore fece causa alla produzione e ottenne la distruzione di (quasi) tutte le copie del film. Il vampiro del cinema nasce così, dietro una battaglia legale, come il mostro che minaccia l'ordine vittoriano nel modo più insidioso possibile: non con la forza, ma in un soffio, offrendo un piacere carnale che la morale non può ammettere di desiderare. Ad ogni modo, nessun Dracula inquieterà mai quanto il non-morto Conte Orlok. Non proprio un tipo da copertina, eppure resta il più magnetico di tutti.
La Laguna nera, il mostro come ultimo sopravvissuto
Universal Pictures propone il suo ultimo grande mostro classico: il Gill-man, l'uomo-pesce del Rio delle Amazzoni. A differenza di Dracula o Frankenstein (che non citiamo perché Jacob Elordi ha un po’ stancato), non è né un essere soprannaturale, né un esperimento andato storto. È semplicemente l'ultimo esemplare di una specie che l'uomo sta per distruggere. Girato in parte sott'acqua con Ricou Browning nel costume subacqueo, quello della Laguna nera resta il mostro più malinconico della sua epoca. Non a caso Guillermo del Toro gli ha reso omaggio, riscrivendone il finale, in La forma dell'acqua (2017). Una creatura che è mostro solo perché lo ha deciso la razza umana.
Godzilla, il mostro come conseguenza
Uscito in Giappone nel 1954, meno di dieci anni dopo Hiroshima e Nagasaki, e a pochi mesi dall’incidente del peschereccio Daigo Fukuryū Maru che fu contaminato dai test nucleari americani, Godzilla non arriva a caso. Viene svegliato e mutato dalle radiazioni. È un mostro-castigo, la paura nucleare fatta carne e scaglie, interpretato per gran parte della sua storia da un uomo dentro una tuta di gomma pesante decine di chili, ovvero Haruo Nakajima, che girava le scene a temperature interne infernali e restava a volte privo di sensi tra un ciak e l'altro. Questa estate, massima immedesimazione.
Lo Xenomorfo, il mostro come corpo sessuato
Nel 1979 Ridley Scott affida il design della creatura di Alien allo svizzero H. R. Giger (un genio, ndr.), partendo da una sua litografia, Necronom IV. Il risultato è un corpo nero, biomeccanico, con una mascella interna che scatta fuori da un'altra mascella. Risultato che porterà a Giger l'Oscar per gli effetti visivi. Nella maggior parte delle scene lo Xenomorfo adulto è interpretato fisicamente da Bolaji Badejo, un designer grafico scoperto per caso in un pub, scelto perché alto oltre due metri e magrissimo.
Il vero orrore del film, però, non è la creatura, è il suo ciclo riproduttivo. Il facehugger aggredisce la vittima con un gesto già esplicitamente sessuale, e a subirlo non è una donna - come voleva la tradizione dell'horror fino ad allora - ma un uomo. Anche questa scelta non è casuale: gli sceneggiatori costruirono la scena apposta per mettere un pubblico maschile a disagio con qualcosa che le donne, al cinema, subivano da decenni senza che nessuno se ne accorgesse. Alien resta il film che ha reso lo stupro biologico un sottogenere e sceglie non a caso una donna, Ripley, come unica sopravvissuta in grado di riprendere il controllo.
Freddy Krueger, il mostro che invade il sonno
Wes Craven costruisce Freddy Krueger nel 1984 partendo dal terrore di non poter chiudere occhio la notte, perché anche il sonno, l'ultimo rifugio, può essere violato. Per l'arma del mostro voleva qualcosa di diverso dal solito coltello da slasher. L'idea del guanto con gli artigli gli venne osservando il proprio gatto affilarsi le unghie sul divano. Il volto sfigurato di Freddy viene da fotografie di vittime di incendi che Craven studiò per rendere il trucco più credibile possibile. Il risultato è un mostro che non ha bisogno di inseguirti perché semplicemente ti aspetta, ogni notte, nell'unico posto dove pensavi di essere al sicuro. Non nello spazio, non in un castello romeno, ma nel tuo letto.
La Cosa, il mostro come non-forma
Inizio anni Ottanta. John Carpenter rifiuta l'idea stessa di un mostro con una forma fissa. La Cosa è un organismo alieno capace di imitare perfettamente qualsiasi essere vivente assorba, cellula per cellula. Il che significa che chiunque, in una base scientifica isolata in Antartide, potrebbe già essere trasformato senza saperlo. Gli effetti pratici di Rob Bottin, all'epoca poco più che ventenne, restano tra i più disturbanti mai realizzati senza un pixel di digitale. La vera paura del film non è la mostruosità delle trasformazioni, è la paranoia che ne consegue: il non potersi più fidare di nessun volto, tantomeno del proprio. Il contrario esatto di Scooby-Doo. Lì il mostro è sempre un umano sotto una maschera, qui è un umano che potrebbe essere la maschera.
Pinhead, il mostro come il piacere della sofferenza
Nato dalla novella Hellbound Heart del visionario Clive Barker, che nel 1987 la dirige lui stesso trasformandola in Hellraiser, Pinhead (interpretato da Doug Bradley) non è propriamente un demone, è un Cenobita, un esploratore di piaceri estremi che ha smesso di distinguerli dal dolore. Il volto coperto di chiodi disposti a griglia, la voce da impiegato, quasi cortese, con cui promette sofferenza. Pinhead e compari inquietano proprio perché non sono mostri urlanti. Lui è il semi-dio che rende esplicito ciò che il genere horror di solito lascia sottinteso: che desiderio e distruzione, a una certa intensità, smettono di essere complementari.
Pumpkinhead, il mostro della vendetta
Nel 1988 Stan Winston, già leggenda degli effetti speciali per Alien, Terminator e Predator, dirige il suo primo e quasi unico film: Pumpkinhead, con Lance Henriksen nei panni di un padre che, dopo la morte del figlio, evoca un demone della vendetta capace di uccidere i cattivi (che soddisfazione!). Ma più il demone compie la sua strage, più il padre - legato psichicamente alla creatura - ne condivide il dolore fisico. È un mostro poco noto al grande pubblico, ma che pone una domanda che gli altri evitano: cosa succede a chi evoca il mostro, non a chi lo subisce? La vendetta ha un prezzo altissimo, è un patto coi demoni interiori che porta alla devastazione del sentimento più nobile, l’amore.
