Nel 2026 arriva nelle sale l'Odissea di Christopher Nolan.
Settant'anni prima, il 6 ottobre 1954, ne era approdata un'altra: Ulisse, di Mario Camerini, che incassò oltre un miliardo e ottocento milioni di lire. Fu il maggiore successo della sua stagione e resta tuttora tra i film italiani più visti di sempre. Già il titolo suggerisce una differenza di fondo: dove Nolan sembra puntare, con The Odyssey, sull'epica collettiva del ritorno — il viaggio come esperienza umana universale — Camerini mette fin da subito al centro un singolo uomo, Odisseo (già, perché Ulisse non si può sentire), che è tutti e... nessuno. Dietro c'è un'operazione produttiva spericolata per l'epoca. Hollywood scrive (Ben Hecht, Irwin Shaw), l'Italia gira. Dino De Laurentiis e Carlo Ponti investono mezzo miliardo di lire per portare a Cinecittà Kirk Douglas sei anni prima di Spartacus. Al suo fianco Silvana Mangano nel doppio ruolo di Penelope e Circe, e Anthony Quinn nei panni di Antinoo. Dietro la macchina da presa, non accreditato, un giovane Mario Bava, che di lì a poco avrebbe reinventato da solo l'horror italiano.
Il film condensa l'intero poema in meno di due ore: naufragio, amnesia, l'incontro con Nausicaa (una giovanissima Rossana Podestà), il ritorno a Itaca sotto mentite spoglie, la strage dei Proci. Si perde pathos, ma si guadagna in ritmo. Non è un compromesso, è proprio un'altra lingua, quella del cinema popolare, che non deve rendere conto a quella del poema. Quel che è certo è che negli anni Cinquanta il film se lo sono goduti tutti, anche i classicisti, senza pruriti e polemiche su questo o quell'abito, questa o quell'altra scenografia. La scelta produttiva più evidente – seguita solo in parte da Nolan – è che gran parte degli esterni è girata realmente lungo le coste del Mediterraneo.
Tra le sequenze più celebri c'è l'accecamento di Polifemo, girato tra gli scogli veri di Talamone, in Maremma, con gli effetti speciali di Eugen Schüfftan che per le tempeste in mare aperto usa modellini di nave sballottati in vasca. C'è il canto delle Sirene, con Odisseo legato all'albero maestro mentre l'equipaggio si tappa le orecchie con la cera. E c'è la seduzione di Circe, che appare con il volto di Penelope, perché è la stessa attrice a interpretare entrambe, prima di promettergli l'immortalità. Tre episodi diversi tenuti insieme da un solo filo conduttore: un corpo sempre in bilico tra tentazione e ritorno.
Elena di Troia (1956) di Robert Wise, con Sergio Leone alla seconda unità, esce appena due anni dopo. Stessa attrice protagonista, Rossana Podestà, qui non più Nausicaa, ma Elena. Stessi studi di Cinecittà. Due film che non competono tra loro, raccontando due estremi dello stesso mito, il ritorno a casa e l'inizio della guerra che lo precede. È la stagione dei kolossal.
Ulisse resta quello che è stato: un film del 1954 girato in Italia con un divo americano e il Mediterraneo sullo sfondo, che ha trovato la sua strada senza bisogno di nessun altro adattamento a fargli da specchio. E lo deve, in buona parte, proprio a quella scenografia che racconta la nostra storia, che è casa e per questo appartiene a tutti noi.
Per chi ancora non lo avesse visto, questo è il momento giusto per recuperarlo.
