Il 16 agosto 1976 usciva nelle sale italiane un film costato 150 milioni di lire e girato in poco più di un mese da una troupe di dodici persone. Cinquant'anni dopo, La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati resta uno dei vertici assoluti del giallo italiano. Avati aveva già sperimentato la commedia grottesca, ma senza troppa fortuna. È con questo film che codifica quello che verrà poi definito 'gotico padano'. Niente castelli o nebbia delle Highlands, non cripte, ma la bassa ferrarese. Un luogo sospeso dove tutto è immobile, assolato, silenzioso. È come se si percepisse - pur non udendolo - il costante ronzio delle zanzare.
Il pretesto narrativo è quasi banale: Stefano (Lino Capolicchio), giovane restauratore, arriva in un paesino della Pianura Padana per riportare alla luce un affresco. Si tratta del martirio di San Sebastiano, dipinto vent'anni prima da un pittore folle, Buono Legnani, si dice morto suicida. Più Stefano lavora sul restauro dell'opera, più il paese gli si stringe intorno in un silenzio ostile. Telefonate anonime lo avvertono di andarsene; l'amico che lo ha chiamato lì, Antonio, muore poco dopo avergli confidato di aver scoperto qualcosa. Nessuno parla. Nessuno spiega.
Avati gira principalmente tra Comacchio, Malalbergo e Minerbio, in Emilia-Romagna. Cinque settimane con una troupe minima e un budget quasi inesistente. Ma è proprio in quella povertà di mezzi che si nasconde la scelta vincente. Il casolare del titolo viene individuato in un podere abbandonato e resta sullo schermo così com'è: scrostato. Le valli di Comacchio, con la loro acqua ferma e i canneti immobili, diventano un paesaggio pressoché alienante. Lo spettatore si trova dinanzi all'atemporalità che premia spesso il cinema d'autore italiano. Non ci sono controfigure di un altrove immaginifico perché ogni argine, chiesa, ragnatela appartiene davvero a questa terra, e proprio per questo il pericolo è reale, si sente sulla pelle.
È il Delta del Po, in fondo, il vero protagonista del film. Sotto un sole pieno e un orizzonte piatto a perdita d'occhio, si annida un'oppressione che non ha bisogno di corridoi stretti o cantine per soffocare. Scena dopo scena, la cinepresa si infila nell'aria che si respira, fino a trasformare la quotidianità più ordinaria in qualcosa di infernale. E poi c'è il finale - di cui non si può accennare nulla, se non che è tra i più spiazzanti mai scritti per il genere. Un colpo di scena che ribalta ogni certezza costruita nei cento minuti precedenti, e che ha reso il film un cult silenzioso e morboso nella sua sacralità ribaltata.
Fu, tra l'altro, un successo che nessuno aveva previsto: contro ogni pronostico incassò oltre 700 milioni di lire, quasi cinque volte il budget iniziale, e nel 1979 conquistò il Premio della Critica al Festival du Film Fantastique di Parigi. Una consacrazione internazionale arrivata con qualche anno d'anticipo sulla riscoperta che lo avrebbe reso, decenni dopo, un classico di culto.
A dire il vero c'è un altro film italiano che, pochi anni prima, aveva già scavato nello stesso terreno, quello di una piccola comunità che protegge il colpevole e di una superstizione che si confonde con la verità: Non si sevizia un paperino (1972) di Lucio Fulci. Dove Fulci urla, mostra, esplode in violenza plastica, Avati sussurra le sue stregonerie. Due modi opposti di raccontare la stessa cosa: che il vero mostro non è mai uno solo. È tutto il paese.
Del casolare che ha dato il nome al film non resta più nulla. È stato abbattuto anni fa. Il terreno dove sorgeva non porta più traccia di quelle bocche dipinte. Eppure è proprio questo a rendere La casa dalle finestre che ridono un caso raro nel cinema italiano: un luogo un tempo fisico che sopravvive soltanto dentro la pellicola. E non è un caso che si torni a parlare di questa pellicola proprio ora: il film è tornato nei cinema italiani in una versione restaurata in 4K, per iniziativa di CG Entertainment e Cat People.
Il restauro restituisce nitidezza a una fotografia che ha fatto scuola di vedere per la prima volta su grande schermo, con questa qualità, i dettagli di un incubo.
Cinquant'anni dopo, La casa dalle finestre che ridono resta la prova che l'orrore più autentico non ha bisogno del buio per manifestarsi. Basta un pomeriggio di sole e una finestra che sorride a denti stretti.
