Sabato 4 aprile, alle 20.30, proiezione del film Jesus Christ Superstar, diretto da Norman Jewison (1973), con Ted Neeley e Carl Anderson.
Un Vangelo cantato in chiave rock. Jesus Christ Superstar resta uno dei tentativi più radicali di portare sullo schermo una storia sacra con un linguaggio popolare. Non è solo l’adattamento del musical di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice, si tratta di un film che riscrive l’immaginario religioso attraverso il corpo come catarsi per il ritmo.
La storia è quella degli ultimi giorni di Gesù, ma il punto di vista si sposta. Al centro, spesso, non c’è Gesù, c’è Giuda: inquieto, lucido, attraversato dal dubbio. Il tradimento è interrogazione sull’esistenza. E la figura di Cristo perde ogni distanza ieratica – fortemente cattolica – per farsi profondamente umana. Nulla di più cristiano, se ci pensate.
Il film rinuncia al realismo e punta su una messa in scena essenziale. Deserto, spazi aperti, pochi elementi: intorno, un’energia collettiva fatta di corpi in movimento. Il racconto passa tutto attraverso la musica, che è la vera struttura portante.
Più che un film religioso, è un film sul rapporto tra individuo e massa, tra carisma e consenso, tra fede e rappresentazione. Ed è proprio qui che Jesus Christ Superstar trova la sua forza: nel tenere insieme sacro e spettacolo senza risolverli. Una tensione cinematografica come poche altre.
Nota di approfondimento critico.
Norman Jewison lavora su un equilibrio sottile tra origine teatrale e linguaggio cinematografico, evitando sia la staticità della messa in scena, che una traduzione puramente illustrativa. La macchina da presa, spesso mobile, accompagna i personaggi e amplifica l’energia dei movimenti, mentre il montaggio sostiene il ritmo musicale senza spezzarne la continuità. È soprattutto nell’uso dello spazio – aperto, quasi astratto - che il film trova una propria identità visiva, trasformando i numeri musicali in sequenze pienamente cinematografiche.
