a cura di Matteo Ghidella
“It Follows” è un horror. Non indossa nessuna maschera, né pretende di farlo: vuole essere un horror sin dalla prima inquadratura. E ci riesce.
Di Matteo Ghidella.
Scritto e diretto da David Robert Mitchell nel 2014, il film ruota attorno ad una maledizione trasmessa attraverso un atto sessuale. Chi la contrae, dal momento del rapporto viene perseguitato da una figura che lo segue semplicemente camminando, senza sosta, senza che le barriere fisiche possano essere protezioni efficaci. La figura cambia, uomo, donna, bambino, presumibilmente appartenenti alla storia della vittima, ma senza spiegazioni verbali che lo esplicitino chiaramente. Se si viene raggiunti prima di trasmetterla a una vittima successiva, si viene uccisi. E la maledizione torna a perseguitare chi l’aveva in precedenza. Molto semplicemente, è tutto qui.
In questo “tutto qui”, però, ci sono bagliori luminosi di grande cinema.
La regia, innanzitutto. Che come nel cinema di chi sa trattarlo, di chi ne è prima di tutto innamorato, diventa personaggio. La macchina da presa si percepisce, è presente, ha un ruolo ben definito. Non è strumento passivo di chi non sa che farsene, come le mani, sul palco, di un attore scarso, è pienamente attiva, fondamentale per la narrazione. La macchina da presa, sin da subito, ha il compito essenziale di coinvolgere lo spettatore e il personaggio, insieme, nella vicenda. La percezione di angoscia è costante, viscerale, si è sempre vigili, in tensione, la macchina da presa non si rilassa praticamente mai, è costantemente attenta a indirizzarti verso il momento narrativo giusto.
La sceneggiatura, semplice ma non facile. Mai scontata né banale. Molto asciutta ed efficace, puntuale nel descrivere i personaggi con poche battute, come sa fare chi scrive bene.
I personaggi, appunto. Nessun adulto o quasi, per lo più ragazzi da college, in piena fase di crescita, con al centro della propria vita l’amicizia, l’amore e il sesso. Sembrano quasi abbandonati a loro stessi, in un mondo in cui il ruolo degli adulti è marginale, pressoché invisibile. Il gruppo protagonista fa dell’amicizia il grande punto di forza, nella ricerca dell’altro, della forza dello stare insieme, del difendersi reciprocamente.
Infine, il world building. Essenziale, come il resto del film. Desolante. Privo di una reale connotazione geografica e temporale. Ci sono elementi che richiamano agli anni ’70, come vecchi televisori a tubo catodico, mescolati con auto moderne. Nella visione degli autori c’è la volontà di non collocare la storia nello spazio e nel tempo, come a voler sottolineare la totale estraneità con il reale, quasi che la vicenda possa essere ascrivibile a qualsiasi contesto.
Una possibile chiave di lettura, infatti, è la lotta senza tempo all’Aids, il grande pericolo che ti segue silenzioso dopo un rapporto non protetto, privo di educazione e cultura.
“It Follows” ha lo stigma del cinema indipendente, fatto per il piacere di raccontare una storia e la sensibilità di farlo con gli strumenti più adatti e il rispetto di chi vuole onorare il mezzo che sta utilizzando.
È un film che inquieta e coinvolge, che spaventa silenziosamente. Non è un horror da jumpscare facilone, si insinua più nel profondo. L’inquietudine è sussurrata.
E lascia. Parecchio. Non si dissolve facilmente dopo i titoli di coda.
