Venerdì 20 marzo, alle 21, il Cineforum Giardino di Celle Ligure vede in programmazione La rabbia di Pasolini, del 2008.
Nel 1963 fu realizzato un cine-match tra i due maggiori intellettuali dell'epoca: Guareschi e Pasolini che - benché opposti in termini di ideologie - fanno da canto e controcanto di fronte alla domanda sull'origine della paura e dei conflitti che agitavano gli anni Sessanta. Dai materiali inediti di Pasolini, Bertolucci ne monta una nuova versione per donare all'opera i propri connotati originali.
Pier Paolo Pasolini arriva al cinema da poeta. È forse questo il segreto del suo sguardo: ogni film sembra una Venere che nasce da una visione, più che da una sceneggiatura. Quando esordisce con Accattone nel 1961 rompe immediatamente gli schemi. Le periferie romane mutano in palcoscenico tragico, sono popolate di corpi e volti che il cinema italiano aveva fino ad allora ignorato. Non c’è compiacimento realistico, ma piuttosto una dimensione severa, quasi sacrale, dove il sottoproletariato incarna la statura di un’epica moderna.
Il suo cinema procede per contrasti. Realtà e mito, sacro e profano (temi a lui molto cari), politica e poesia convivono nello stesso spazio. Film come Il Vangelo secondo Matteo mostrano un Cristo umano e radicale, mentre opere come Teorema trasformano una storia familiare in una parabola inquieta sul desiderio e sul vuoto della borghesia. Nel mezzo ci sono esperimenti audaci come Uccellacci e uccellini, favola filosofica e politica che attraversa l’Italia del boom economico con ironia e malinconia.
Pasolini usa il cinema per interrogare il proprio tempo. Nei suoi film affiora una critica sempre più dura alla società dei consumi e alla trasformazione culturale dell’Italia del dopoguerra, che ai suoi occhi rischia di cancellare culture popolari, dialetti e identità locali. Per Pasolini il cinema è uno spazio di resistenza, ma anche di riflessione poetica sul presente.
È anche questo sguardo radicale a renderlo una figura controversa, ai limiti della scomodità. Pasolini non teme lo scandalo e lo dimostra nella via privata. Lo dimostrano anche film come Salò o le 120 giornate di Sodoma, feroce allegoria del potere e della violenza, che alla sua uscita suscita un’ostentata pruderie. Ma già prima, con la cosiddetta “Trilogia della vita” — Il Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle Mille e una notte — il regista aveva portato sullo schermo una interpretazione carnale del corpo, che si abbandona al desiderio, e se ne frega.
Il cinema del poeta bolognese resta ancora oggi un laboratorio aperto: un modo di pensare le immagini come strumento, qualcosa, insomma, capace di mettere in tensione realtà e mito, politica e poesia.
