Disclosure Day: una boccata d'ossigeno
Di Matteo Ghidella
Steven Spielberg è un sognatore. A quasi ottant'anni, chiedergli di cambiare sarebbe come chiedere a un gatto di dormire otto ore al giorno: impossibile.
È dunque un esercizio prettamente inutile aspettarsi altro: andare al cinema convinti di avere un'autorialità in scrittura, una definizione dei personaggi esemplare, una coerenza narrativa impeccabile. Il cinema di Spielberg è altro. È, prima di tutto, il cinema di un ottantenne da sempre innamorato del cinema stesso; da sempre convinto che la centralità del tutto debba essere l'immagine.
La locandina di "Disclosure day" rappresenta un occhio, infatti. L'organo sensoriale che usiamo per vedere ma anche per modellare un immaginario. "Disclosure day" nasce dal bisogno di tornare a quell'immaginario. Di tornare a creare un'opera filmica prima di tutto in grado di riempire l'occhio dei personaggi – tanti sono i primi piani in tal senso – e, conseguentemente, dello spettatore. Non perché gli effetti visivi siano impeccabili, tutt'altro. Perché è il set ricreato verso il finale, è la rappresentazione del ricordo, è la centralità della macchina da presa.
A proposito, la regia. Commentarla è a tratti superfluo: come già ripetuto, questo è cinema nella sua forma più classica. È macchina da presa viva, ingombrante, mai banale. Stiamo infatti parlando senza timore di smentita di un vero artigiano del cinema, uno dei più abili a trattare lo strumento di tutta Hollywood. Con "Disclosure day" Spielberg firma un'opera per la generazione X e per i millennials, per chi è cresciuto con "Incontri ravvicinati", Indiana Jones ed E.T. Per chi conosce quel cinema e sa cosa aspettarsi. Le generazioni successive lo potrebbero certamente trovare meno adatto, ne vedrebbero subito quei difetti strutturali e di scrittura, i personaggi un po' abbozzati e le domande senza risposta. Le scene action fine a sé stesse, gli inseguimenti, il plot bidimensionale, i buoni di qua e i cattivi di là, la filosofia superficiale e gli effetti visivi posticci. In cinque parole, tutto il cinema di Steven Spielberg. Che per chi è cresciuto tenendolo per mano, sa che tutto questo passa in secondo piano accettando la magia insita in ogni sua opera e facendo a patti con il suo segreto più grande, la rivelazione ultima che racchiude il tutto: lasciarsi stupire.
Cinema, semplicemente. Sta tutto qui.
