Tutto il sacro del pop: con Mother Mary l'icona non basta
C'è un'ambizione precisa dietro Mother Mary (2026), l’ultima fatica di David Lowery distribuita da A24: portare il pop nell'oscurità, farne materia spirituale, perturbante. Il risultato è affascinante a metà. Anne Hathaway la vediamo qui in un territorio nebuloso, che qualcosa già lasciava intravedere nella sua Catwoman in The Dark Knight Rises. Un'energia che abita il lato in ombra. Ecco perché Mother Mary sarebbe stata l’occasione per spingere quella vena più in là, verso un thriller puramente psicologico. E invece è un'opera che, confessandosi allo spettatore, promette più di quanto mantenga.
La storia è quella di Mother Mary, appunto, popstar di fama planetaria attraversata da un momento di fragilità. Dopo un lungo silenzio, decide ad affrontare il ricongiungimento con Sam, sua ex costumista e presumibilmente partner. Sam è interpretata da una Michaela Coel tagliente e magnetica, fisicamente l'opposto di Hathaway. Tra le due riemerge un legame che continua a sanguinare - in senso letterale - perché Lowery non rinuncia a una fisicità che a tratti sfida il body horror. Il filo rosso è: cosa significa essere un'icona nell'epoca della sovraesposizione mediatica, dove anche e soprattutto la tragedia diventa virale? Ma lo sguardo si perde nel peso del suo stesso simbolismo.
Il regista, già autore di A Ghost Story e The Green Knight, ha sempre fatto del cinema uno spazio in cui vivere senza risoluzioni didascaliche. Qui però quella stessa vocazione all'ambiguità mostra qualche crepa. Il film tende più all'accumulo che all'illuminazione: stimmate, lacrime, veli che si animano, liturgie e allusioni al sacro si stratificano senza raggiungere una sintesi di trama, né quella catarsi epica che Lowery stesso aveva toccato in The Green Knight.
Per chi ha visto In Fabric (2018) di Peter Strickland - horror psicologico con un abito maledetto che si impossessa dei corpi di chi lo indossa - certi echi di Mother Mary suonano decisamente familiari, tra cui il rosso come ossessione visiva. Strickland costruiva attorno all'abito un'estetica straniante, molto vicino al giallo all'italiana, con una vena di humour nero tutto britannico. Lowery sembra percorrere un sentiero simile, ma con meno audacia nello spingere il racconto fino alle sue estreme conseguenze. È forse questa la critica più onesta che si può fare al film: l'ambizione di toccare qualcosa di onirico, anche attraverso la materia, rimane incompiuta.
C’è chi ha anche intentato un confronto con The Substance di Coralie Fargeat. Dove lei sceglieva la radicalità, lui temporeggia. Dove lei urlava la crudeltà del tempo che passa, lui sussurra. E se a dirigere la storia fosse stata una regista donna, le cose sarebbero andate diversamente? Il finale ostentatamente metaforico confermerebbe questa impressione.
Ciò che salva (e non è poco) è la dimensione visiva e artigianale. La scenografia cuce due mondi in dialogo: palco e backstage da un lato, lo studio cupo della sarta dall'altro. I costumi di Bina Daigeler e Iris van Herpen danno all'estetica della protagonista la consistenza di un'invenzione mitologica, con qualcosa di divino che poi si innalza a pagano. Piani sequenza di rara fluidità seguono i personaggi attraverso ambienti che si trasformano in scena teatrale. E quando il film si affida a questa vocazione, riesce a toccare qualcosa di genuinamente inquietante, anche se non originale.
E poi c'è lei, Anne Hathaway. Va detto: l'attrice è in un momento di nuova centralità, forte anche del ritorno in sala con Il Diavolo veste Prada 2, e porta sullo schermo quella sua bellezza quasi atemporale, un volto che non sembra cedere al tempo malgrado il dissidio interiore del suo personaggio mariano. Lowery la usa come un'icona da contemplare più che da abitare, e la scelta è comprensibile, ma è anche il limite più evidente. Hathaway è convincente, imponente come una cattedrale gotica, con una presenza modellata, a sua stessa ammissione, sull'energia scenica di Beyoncé (“Mother of the House”). Cosa stona, quindi? La credibilità di una popstar tormentata, con tutto il bagaglio di eccesso e fragilità che quel ruolo richiede, non è del tutto raggiunta. Michaela Coel, al contrario, porta una tensione più schietta: la sua Sam è spigolosa, imprevedibile e soprattutto ferita dalla co-protagonista. Ed è proprio nel confronto tra le due che si misura il dislivello, non tanto attoriale, quanto di caratterizzazione del personaggio.
Mother Mary affascina, affatica e a tratti disturba, ma lascia le mani bucate (spoiler). Lowery ci mette dentro tanto e forse è proprio questo il problema. Si esce dalla sala con la sensazione di aver sfiorato i tessuti dei vestiti senza riuscire ad afferrarli. Va detto però che è un film denso di dialoghi ed emozioni, che pretende ascolto e lo merita. In un'epoca in cui la soglia dell'attenzione si contrae a ogni schermo, non è poco concedersi un lavoro di sceneggiatura ben fatto.
